ZUPPI A MOSCA. E FORSE STIAMO VEDENDO TORNARE LA CHIESA CHE AVEVAMO QUASI DIMENTICATO

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Qualche settimana fa avevamo notato alcuni segnali: il linguaggio di Papa Leone XIV, la prudenza nei confronti della Russia, il tentativo costante di non trasformare la diplomazia in una successione di condanne e, soprattutto, il ruolo sempre più evidente del cardinale Matteo Zuppi.

Tanto che ci eravamo lasciati con una domanda quasi provocatoria: «Vuoi vedere che tra poco Zuppi partirà per Mosca?»

E adesso ci siamo. Zuppi ha annunciato che a fine settembre andrà a Mosca. Prima di lui, in questi giorni, nella capitale russa c’è anche monsignor Gallagher, responsabile dei rapporti diplomatici della Santa Sede. Non sappiamo dove porterà tutto questo, ma ormai è difficile liquidarlo come una semplice coincidenza: la Chiesa sta tessendo fili.
Ed è proprio qui che emerge la figura di Zuppi. Non il diplomatico che alza la voce davanti alle telecamere, ma quello che cerca il passaggio quando tutti gli altri sembrano voler chiudere le porte.

Zuppi appartiene a quella scuola ecclesiale che considera il dialogo non una concessione, ma uno strumento necessario. Per questo mi viene spontaneo accostarlo a un altro grande uomo di Chiesa del nostro tempo: Pierbattista Pizzaballa.

Pizzaballa e Zuppi sono molto diversi, ma sembrano incarnare due facce della stessa missione. Pizzaballa resta, dentro una Terra Santa dilaniata, accanto alle comunità, alle famiglie, ai feriti, ai morti, continuando a parlare con tutti. Zuppi parte, attraversa le frontiere, incontra, ascolta, prova a mantenere aperti quei canali che la politica tende continuamente a spezzare.

Uno rimane vicino alle ferite. L’altro cerca una strada tra le macerie diplomatiche.
E sopra entrambi comincia a intravedersi con sempre maggiore chiarezza la linea di Leone XIV: una Chiesa che non vuole essere la cappellana dell’Occidente, né l’appendice morale di una coalizione, ma una presenza capace di parlare con Kiev e con Mosca, con israeliani e palestinesi, senza rinunciare alla propria voce.

Questa, per me, è la parte più importante della notizia. Non sapere se Zuppi tornerà da Mosca con un risultato clamoroso. Probabilmente la diplomazia vera produce molto meno spettacolo di quanto vorrebbero i giornali.

Ma sapere che, mentre il mondo torna a parlare il linguaggio dei blocchi, degli ultimatum e del riarmo, la Chiesa continua ostinatamente a tenere aperta una porta.

E forse è proprio questo che avevamo intuito qualche settimana fa. Non un piano segreto, non una profezia: semplicemente una direzione. Leone, Zuppi, Pizzaballa. Tre figure diverse, ma unite dalla stessa convinzione: la pace non nasce quando tutti smettono di parlarsi. Nasce quando qualcuno ha ancora il coraggio di attraversare la porta che gli altri vorrebbero chiudere.

Pizzaballa resta in Terra Santa.
Zuppi parte per Mosca.

Leone XIV tiene insieme i fili.
Forse non è ancora la pace.