C’è un vicepremier come Matteo Salvini che apre a rivolgimenti improvvisi “causa fattori economici” e poi un sottosegretario come Giovanbattista Fazzolari secondo cui il momento giusto, da segnare già adesso sul calendario, è aprile
A cui però si oppone il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ché altrimenti salta l’autonomia tanto cara alla Lega.
Nel mezzo c’è la premier Giorgia Meloni che media e che però, ancora un paio di giorni fa, intervistata dalla Verità diceva di voler durare un altro anno pieno. Lasciate perdere i retroscena sul voto a ottobre: entro quella data è improbabile che nell’esecutivo siano riusciti a far prevalere una linea sull’altra. Nonostante l’accelerata sulla legge elettorale.
Fino a qualche settimana fa Crosetto, insieme al vicepremier Antonio Tajani e al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, andava a comporre un terzetto contrario al voto anticipato.
Il principale ostacolo era, per ragioni di comprensibile responsabilità, l’essere nel bel mezzo del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ma ora che quello scenario internazionale ha risentito di un accordo (e di un negoziato che va avanti), il titolare della Difesa è tornato a pensare che non sarebbe uno scandalo andare nel più breve tempo possibile.
Questo soprattutto, è il ragionamento di altri esponenti di FdI, per frenare la campagna già imbastita dal generale Roberto Vannacci e da Futuro nazionale, che ogni settimana che passa insidiano la maggioranza.
Ce n’è stata una ulteriore prova ieri durante la discussione in Aula alla Camera sulla nuova legge elettorale. Vannacci ha iniziato a far circolare sui suoi social un appello per pungolare la maggioranza: “Sulle preferenze la politica deve metterci la faccia.
Se qualcuno vuole togliere ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lo dica apertamente.
Niente giochi di palazzo. Niente voti segreti. Niente manovre fatte nell’ombra”. Preferenze che hanno perso quota ma che ancora non sono state escluse da Fratelli d’Italia.
Fatto sta che di altro avviso è un altro big di Fratelli d’Italia come Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea. Molto più convinto della necessità di inchiodare la sinistra alle proprie divisioni interne che potrebbero esplodere in maniera ancor più evidente con l’avanzar dei mesi (e poi in un anno di governo qualche coniglio dal cilindro potrebbe venir fuori).
Chi ha le idee chiare sulla finestra più propizia è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui le urne potrebbero essere convocate ad aprile: in tal caso ci si potrebbe fregiare non solo del titolo di “governo più longevo della storia repubblicana” ma anche della legislatura più duratura con un unico esecutivo (e i parlamentari maturerebbero i contributi per il vitalizio).
E’ però, quella di Fazzolari, una visione (rilanciata anche da articoli come quello di Bloomberg) che si scontra con quanto espresso anche nel corso di questa settimana dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che rispetto all’ipotesi di andare al voto in quella finestra ha mostrato dubbi perché “per chiudere positivamente l’iter parlamentare dell’autonomia non si può votare in quella data”. Sfumature.
In mezzo a questo variegato caleidoscopio di posizioni, insomma, si muove la presidente del Consiglio.
La quale pure sa benissimo come un Vannacci impegnato per mesi in un battage ad personam contro di lei non giovi troppo a Fratelli d’Italia e al centrodestra (un nuovo sondaggio Emg assegna il 6,6 per cento a Fn). E che però, intervistata da Maurizio Belpietro al Festival della Verità, ha ribadito come “manca un anno o poco più alla fine di questa legislatura”.
Per l’altro vicepremier, Antonio Tajani, “un mese prima o un mese dopo rispetto alla scadenza non è che cambi molto”.
Ma il guadagnare tempo, per la leader di FdI, potrebbe servire non tanto al record di longevità che agguanterà il 4 settembre, quanto per riuscire a mettere in campo una manovra finanziaria con misure rivolte al ceto medio, come le consigliano di fare diversi osservatori.
Oltre alla delega sul nucleare rivendicata da Meloni anche nei giorni scorsi. L’altra variabile sul voto in primavera è che di conseguenza, per non giocare troppo sull’effetto election day che potrebbe favorire il centrosinistra, bisognerebbe posticipare più in avanti, per esempio a giugno, il voto nelle città (tra cui Roma, Milano, Bologna e Torino).
Forse arriveranno davvero a fine legislatura. Ma solo perché non si riescono a mettere d’accordo su quando staccare la spina.
Luca Roberto



