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A 30 anni dalla caduta del Muro: un confronto sulla convergenza regionale in Germania e in Italia

Nel corso dei tre decenni successivi alla caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989 la Germania ha gestito con successo un percorso di riunificazione, avviato il 3 ottobre 1990 con l’incorporazione nella Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest) dei territori della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est) costituiti in cinque nuovi lander
: Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Il percorso di riunificazione ha richiesto un ingente sforzo alla macchina statale tedesca che, nella prima metà degli anni Noventa del XX secolo, ha ampliato il deficit di bilancio che è arrivato fino al 9,4% del 1995, 2,4 punti più ampio del 7,0% della media UE a 15. Nella seconda metà degli anni Novanta il deficit si riduce e nel 2000 il bilancio statale tedesco torna in positivo. Sale la pressione fiscale, con le entrate del bilancio che passano dal 43,2% del PIL del 1991 al massimo storico del 46% nel 1999.

Dalla riunificazione si è osservato un accentuato processo di convergenza tra Est e Ovest della Germania – che valutiamo sia in termini di PIL complessivo che in termini di PIL pro capite – e che mettiamo a confronto con quello registrato tra regioni del Mezzogiorno e del Centro Nord d’Italia.

Nel 1991 il Prodotto interno lordo dei cinque lander della ex DDR, valutato a prezzi correnti, pesava l’11,6% del PIL della ex Repubblica Federale Tedesca; dopo un decennio, nel 2000, il rapporto sale al 17,6% per stabilizzarsi successivamente e collocarsi al 17,8% nel 2017.

In parallelo a questo favorevole andamento nella maggiore economia europea si osserva la mancata convergenza per le regioni del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1991 il PIL delle regioni meridionali era pari al 33,5% di quelle del Centro Nord; nell’arco del successivo decennio tale rapporto scende progressivamente per arrivare al 32,1% nel 2000. Nel corso del XXI secolo il peso del PIL delle regioni meridionali si riduce ulteriormente, arrivando al 29,0% nel 2017.

Nel 1991 il PIL pro capite nei territori dell’ex DDR era il 46,7% di quello rilevato nei territori dell’ex Germania Ovest; nel 2000 il rapporto sale al 66,3% e nel 2017 arriva al massimo del 73%. Nel Mezzogiorno, all’ inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il PIL pro capite era il 59,1% di quello delle regioni del Centro Nord, nel 2000 il rapporto scende al 56,7% e nel 2017 si ferma al minimo storico del 57,7%.

L’analisi delle statistiche storiche di Daniele e Malanima nel paper ‘Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)’ evidenzia, tra l’altro, che “divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro capite, non esistessero prima dell’Unità” e “che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi”.

Un contributo alla riduzione del divario Nord-Sud nel nostro Paese può arrivare da un modello di sviluppo sostenibile in grado di liberare le risorse del sistema di micro e piccola impresa diffuso nel Mezzogiorno il quale, negli ultimi anni, ha mostrato un particolare dinamismo. Come sottolineato, infatti, nel Rapporto ‘Evidenze sul sistema di piccola impresa nel Mezzogiorno’ predisposto per la Convention Mezzogiorno 2019 di Confartigianato tenutasi a Matera il 17 e 18 ottobre 2019 – clicca qui per scaricarlo – nell’arco del triennio di ripresa 2014-2017 l’occupazione delle piccole imprese del Mezzogiorno è salita del 6,0%, un ritmo più che doppio del +2,6% rilevato nel Centro-Nord.

giornalista per un giorno

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