Nel video editoriale odierno, il Banchiere scrittore torna sul tema delle ipotesi di riforma del sistema di elezione di Camera e Senato, che ciclicamente tornano prioritarie qualche mese prima dello scioglimento o della conclusione di una legislatura parlamentare
Se per tutti, opposizione e maggioranza uscente, l’obiettivo ufficialmente dichiarato è quello di evitare il pareggio e di avere un vincitore chiaro dal responso delle urne, di fatto la coalizione di governo in scadenza punta a non perdere, mentre i gruppi di minoranza mirano a riconquistare un ruolo attivo nella formazione dell’Esecutivo che verrà.
In definitiva, nessuna riforma elettorale è mai stata immaginata come neutra, dal momento che rispondeva all’esigenza, contingente e immediata, di favorire la vittoria o di evitare la sconfitta dei partiti politici di volta in volta promotori: il Mattarellum del 1993, il Porcellum del 2006 e il Rosatellum oggi vigente dal 2018, non sono stati risparmiati dalla finalità di garantire che la sopravvivenza arrivasse prima dell’obiettivo della governabilità, anche se in parecchi casi gli esiti sono stati un autogol che ha favorito l’entrata di forze nuove e l’avvento dei populismi sulla scena politica e parlamentare.
Lo “Stabilicum” o “Melonellum” non fa eccezione: la proposta del governo Meloni punta ad abolire i collegi uninominali per prevenire la prevalenza del “Campo largo”, rafforzato dalla vittoria dei No al referendum sulla Giustizia, e a sostituirli con circoscrizioni basate su liste proporzionali pure corrette da un forte premio di maggioranza al raggiungimento di una certa soglia di consenso alla coalizione. Non è stato ancora chiarito se saranno reintrodotte le preferenze le quali – come conclude Ghisolfi – restano il solo modo per incentivare una maggiore partecipazione ai seggi da parte degli elettori, a differenza delle liste bloccate predilette dai molti “generali senza eserciti” che popolano le segreterie dei partiti dell’uno e dell’altro schieramento.



