Guerra: diritto alla privacy non vuol dire diritto di evadere

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«Se si pensa che il governo nei suoi documenti ufficiali certifica un’evasione fiscale di 109 miliardi, sette miliardi di euro recuperati in un anno sono una cifra possibile» dice Maria Cecilia Guerra, sottosegretario al ministero dell’Economia. «E siamo stati anche prudenti nelle stime. Per alcune misure, dalle quali ci attendiamo grandi risultati, non indicheremo previsioni di gettito», aggiunge.

Tra queste misure ci sono anche i controlli a tappeto sulle fatture elettroniche, che da gennaio saranno obbligatorie per tutti?

«Per aggredire l’evasione non ci affidiamo a un solo strumento miracoloso, ma abbiamo definito una strategia molto articolata. Uno degli obiettivi è quello di usare al meglio l’enorme quantità di dati che vengono raccolti, sia per verificare incongruenze nelle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, sia per fare analisi di rischio».

Un anno fa il Garante per la privacy aveva fissato paletti molto rigidi per l’uso dei dati delle fatture elettroniche, che poi sono 2,1 miliardi di dati ogni anno. Dati che raccontano tutto di noi…

«Il diritto alla privacy non vuol dire avere il diritto a evadere, oppure a nascondere la propria ricchezza a chi ha il dovere di verificare. Abbiamo cercato di scrivere una norma coerente con la direttiva dell’Unione Europea sulla privacy che permette di derogare al principio generale, quello che richiede il consenso dei cittadini sull’uso dei dati personali, se è giustificato da un’azione istituzionale propria delle autorità deputate. Come la Guardia di finanza o l’Agenzia delle entrate».

Torniamo alla strategia. Che altro c’è nella manovra?

«Una serie di norme per incidere in alcuni ambiti dove si genera l’evasione fiscale. Come la stretta sulle compensazioni dei crediti fiscali e contributivi. O le misure contro l’evasione dell’accisa sui carburanti, oppure le false cooperative e le imprese fittizie. Poi, questa volta, chiudiamo la stagione dei condoni».

Ma si parla di una proroga della rottamazione.

«Si tratta solo di riallineare delle scadenze. La rottamazione è stata un fallimento, dovevamo incassare 21 miliardi a fine 2018, ne sono entrati la metà. Ma ha lasciato un vulnus, dando un messaggio sbagliato ai contribuenti: quanto più aspetti a pagare le tasse, tanto più sarai premiato. Ecco, questa stagione è finita».

Ci sarà la stretta sull’uso del contante?

«I disincentivi non ci sono, stiamo studiando dei meccanismi premiali per chi utilizza pagamenti tracciabili, come uno sconto fiscale. O la possibilità di introdurre il conflitto di interessi, permettendo ai contribuenti di detrarre alcune spese oggi non previste. E dal 2020, per godere delle detrazioni fiscali dai redditi, bisognerà aver fatto quelle spese con mezzi tracciabili».

Cosa cambierà per commercianti e professionisti?

«Puntiamo a ridurre le commissioni sui pagamenti con carte di credito e bancomat, ma anche ad introdurre le sanzioni, che oggi non ci sono, per chi non si dota di un Pos per i pagamenti digitali».

E il patto antievasione con i cittadini di cui ha parlato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte?

«Contiamo anche sul loro aiuto. Se facciamo la lotteria degli scontrini e il fruttivendolo non me lo dà o non batte il conto in cassa, mi sta imbrogliando».

Ci saranno provvedimenti sul lavoro domestico di colf e badanti?

«Qui c’è un problema evidente. Almeno un milione di persone che lavora in nero. Lo sappiamo, ma non andremo a pescare lì adesso. Non è prioritario. E comunque non dando altre incombenze alle famiglie».

Come cambierà la fiat tax per le partite Iva?

«Il tetto resterà a 65 mila euro e non sarà portato a 100 mila. E stiamo ragionando sulla possibilità di tornare a escludere dal regime forfettario Iva quei contribuenti che hanno redditi prevalenti da lavoro dipendente».

Taglierete le detrazioni fiscali?

«Sì, finalmente cominceremo. Lo faremo in modo selettivo e non lineare».

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