I POOH, PICCOLA KETY E L’ALTRA BOLDRINI

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scandurra maurizio

Il giornalista cattolico e saggista Maurizio Scandurra racconta una singolare storia di omonimia.

A volte l’anagrafe può giocare brutti scherzi. La carta d’identità e le coincidenze pure. Specie quando sono in ballo cognomi scomodi, che possono cagionare quotidiane scocciature anche al di là dei confini della politica.
Che Laura Boldrini abbia fatto del proprio materia di polemica è fatto ormai acclarato. Che le sue infelici sparate da piccolo artigliere scalzo incrocino il fuoco – ben più possente, efficace e organizzato – di corazzate navigate e temprate aventi per nome Matteo Salvini, Vittorio Feltri e Mattia Feltri, lo è altrettanto. Mai donna fu più discussa dall’opinione pubblica nell’intera storia della repubblica postbellica. Le sue ‘eroiche’ gesta, pertanto, l’hanno irrimediabilmente consegnata (e continuano a farlo) alla memoria delle parlamentari italiane di sempre più invise al popolo.
Vi racconto ora l’altra Boldrini. In Piemonte, tra il torinese e l’astigiano, vive e opera una gran bella signora di nome Kety – proprio come l’amatissima protagonista del celeberrimo capolavoro dei migliori Pooh – decisamente dotata di maggior appeal estetico, fair-play, simpatia e competenza. Una donna elegante, onesta e perbene. Una professionista laureata, seria e capace che almeno possiede e sa fare un mestiere, a differenza del solito bibitaro ignorante battezzato ministro in quota Giuseppi e compagni.
Come si apprende su Google, una stimata immobiliarista nonché Consulente Tecnico del Giudice presso il Tribunale che spesso e volentieri altresì rilascia a primarie agenzie di stampa nazionali (tra cui Ansa e Opinione), in qualità di riconosciuta esperta del settore, autorevoli pareri tecnici sui fenomeni micro e macro economici che interessano il mercato del mattone e dell’edilizia in generale. Quello su cui converge la gran parte dei risparmi degli italiani. Quindi, anche una che sa quel che dice, e soprattutto perché, a differenza degli sbandati giallorossi.
Peccato che, però, vi sia un ‘però’: il suo cognome di certo non sembra, in questo contingente momento storico, agevolarla particolarmente. Anzi, tutt’altro. Almeno inizialmente. Una storia incredibile che perdura da quando Laura assurse allo scranno di Presidente della Camera, con tutta una serie di fatti tra il comico e il drammatico.
A quanto pare, numerosi potenziali acquirenti di immobili civili e industriali, al solo sentir l’odiata omonimia, parrebbero rifiutarsi di avviare un rapporto professionale con l’ottima Kety, come lei stessa racconta. Chiamata spesso – suo malgrado – a prendere le distanze da una presunta parentela che fa più male che bene: con la gente perplessa e pronta a domandarsi più che lecitamente se, acquistando da lei un attico di pregio o una dimora settecentesca, non si ritrovi in realtà a contribuire a una forma di indiretto finanziamento al Partito Democratico.
Perché un conto è dire Baudo, Ferragni, Agnelli, Berlusconi, Ferrari, Lamborghini, Carrisi o Bonolis. Ben altro è, di questi tempi, chiamarsi invece Boldrini: si salvi chi può! Ed ecco che il merito indiscusso conquistato e consolidato sul campo dalla valente professionista immobiliare piemontese si rivela salvifico per continuare a collezionare invece vendite su vendite e altrettanti successi professionali. Cooperando involontariamente così, per assurdo, a riabilitare con il proprio, ottimo operato uno dei cognomi più abietti della storia del Paese.
A favore della deputata in quota PD si sono schierati in questi giorni tutti i più rossi da far invidia a passate di pomodoro e barattoli di pelati: in primis i soliti noti che abitualmente firmano deliri su carta (igienica) e sul web per la stampa di regime. E’ sceso in campo anche il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna, e persino il Codacons di Carlo Rienzi: che invoca a gran voce una class action contro Mattia Feltri. ‘Reo’, secondo l’accusa, di aver censurato sull’Huffington Post un articolo in cui la Laura più osteggiata del Parlamento italiano denigrava suo padre, l’ottimo maestro di stile (e di penna) Vittorio Feltri. Come dire, un gigante dell’informazione a confronto di una minuscolissima lillipuziana della politica. Solo che la cimice (proprio come l’ospite dopo il terzo giorno), quando la schiacci, puzza. Dunque, oltre al danno, anche la beffa.
Vista l’insolita querelle, per par condicio da parte mia auspico pertanto l’intervento dell’ottimo Rosario Trefiletti – una figura accreditata che, in fatto di consumatori, può dire la sua – a favore della piccola Kety. A ben guardare l’unica a subire ingiustamente un reale, ricorrente fastidio.
Una cittadina e imprenditrice italiana costretta – senza aver fatto alcunché di male – a fare giornalmente i conti con il proprio cognome: con tutto quel che ne consegue, per via delle discutibili condotte dell’omonima Laura. Fortuna che c’è Boldrini e Boldrini. Gli italiani sanno ancora discernere: se non proprio alle urne, almeno tutti quelli che comprano casa e bottega certamente sì.

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