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Il limite dei due mandati danneggia il Movimento

Premetto che non ho intenzione di ricandidarmi perché sono un professore universitario prossimo alla pensione

Mi sono candidato nel Movimento 5 Stelle perché il Paese necessita di persone competenti, appassionate e oneste e sentivo indispensabile reinstaurare un confronto democratico dopo il Patto del Nazareno. Le mie competenze sono professionali, ma in Parlamento ho compreso come fosse importante conoscere la macchina legislativa, di cui ero digiuno, e i meccanismi che governano le relazioni col governo, i viceministri e sottosegretari, i ministeri, le partecipate e le imprese. Queste ultime tre sono una “selva” difficile da penetrare, e cambiano durante la legislatura. Si devono poi conoscere i membri del proprio e degli altri gruppi.

Si impara continuamente e sono ben lontano dall’aver imparato. Sono inoltre necessarie intelligenza, astuzia, arguzia, eloquio, umiltà e flessibilità. È necessario mettere da parte l’ego e dare la priorità al collettivo anche se le decisioni cozzano contro le lotte fatte da singoli. Senza maggioranza è impossibile realizzare i programmi. Realizzarni alcune e impedire che si peggiorino altri è un grande successo.

Le esigenze del proprio territorio, dal cui collegio elettorale dipende l’eventuale rielezione, devono passare in secondo piano rispetto alla necessità di risolvere problemi nazionali. In questo contesto ha senso il limite dei due mandati introdotto nello statuto da Beppe Grillo e dai primi attivisti? I Padri costituenti non lo ritenevano necessario perché deve rimanere in parlamento chi lavora bene. Il Movimento soffre di carenza cronica di organizzazione e di problemi di reclutamento come evidenziato dai molti cambi di casacca, problemi che non riguardano solamente gli “uninominali” come il sottoscritto, ma anche attivisti storici.

Molti parlamentari vorrebbero continuare a ricoprire un ruolo prestigioso che permette di incidere sulla realtà del paese e garantisce un buon stipendio anche se i membri del Movimento rinunciano alle indennità e a parte dello stipendio. Ci sono portavoce di spessore e che dedicano anima e corpo al Paese, e altri che lo fanno con meno impegno. C’è chi spintona per farsi avanti e chi continua a lavorare in silenzio. Ero stato indicato da Luigi Di Maio come ministro delle Infrastrutture nella Squadra di governo costituita prima delle elezioni del 2018 ma poi, senza una larga maggioranza, era stato scelto Danilo Toninelli.

L’esperienza non è acqua e Toninelli è riuscito a fare subito provvedimenti epocali pur dovendo affrontare l’immane tragedia del crollo del Ponte Morandi che ha evidenziato una carenza manutentiva nelle infrastrutture del paese. Dopo il Conte-1 ho auspicato che il ministero fosse affidato a Stefano Patuanelli, che ha esperienza e avrebbe potuto sfruttare meglio di me le sue competenze. “Siamo tutti utili, nessuno indispensabile”, ha detto ieri Patuanelli, ma credo si tratti di un errore come quello dell’“uno vale uno” per poi dover aggiungere “ma l’uno non vale l’altro”.

È evidente come ci siano persone più utili di altre e l’esperienza, utile nella vita, lo è ancor di più in politica. Con il vincolo dei due mandati il M5S rischia di perdere tante persone valide. Patuanelli continua dicendo che “decidono gli iscritti” e credo si tratti di una ennesima ingenuità. Dovrebbero decidere tutti i cittadini del Paese. Gli iscritti al Movimento vogliono cambiare il Paese, ma ci sono troppi “duri e puri” e in un sistema democratico la rigidità è un grave limite.

Durante le elezioni regionali del 2020 fui l’unico parlamentare ad auspicare nelle Marche una alleanza progressista che sarebbe stata incarnata dall’ex Rettore dell’Università di Ancona, Sauro Longhi. Il Pd rischiava di perdere la regione dopo anni di pessima politica e insieme saremmo riusciti a ottenere più portavoce in consiglio regionale e alcune posizioni chiave in caso di vittoria. Presentarci da soli con un candidato debole ha significato passare dal 33% di consensi nelle Politiche a poco più del 7%. Lo stesso è accaduto in altre regioni dove si è impedito quel dialogo ora auspicato da Giuseppe Conte.

Molti attivisti scalpitano per entrare e il doppio mandato toglie la concorrenza dei vecchi, ma genera un conflitto di interessi in parte dell’elettorato. Spero dunque che “non decidano” gli iscritti, ma che Grillo e Conte cambino questa regola. Il Paese necessita che siano elette persone capaci. Se lo sei, lo rimani anche al terzo e al quarto mandato. Il Movimento deve trovare modalità di selezione più adeguate, preparate in largo anticipo da organismi regionali. La carenza di organizzazione e di una adeguata comunicazione è stata la principale causa delle perdita di consensi. Non ripetiamo l’errore perché il Paese ha bisogno del M5S.

Mauro Coltorti

giornalista per un giorno

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