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Inflazione al galoppo negli USA

L’inflazione negli USA cresce ad un ritmo spiazzante e comincia ad avere una valenza politica: in barba alle già elevate attese (5.8% a/a) ad ottobre l’indice dei prezzi al consumo ha riportato in settimana un +6.2%, che colpisce ancor di più se si raffronta al +5.4% di settembre

 Siamo sui livelli massimi degli ultimi 30 anni e questo fa aumentare la preoccupazione della politica e in particolare dell’ala più radicale del partito Democratico che vede nel danno subito in termini di potere d’acquisto da parte dei redditi più bassi, la principale minaccia.

I mercati hanno reagito al dato con un appiattimento della curva dei tassi: il movimento principale ha riguardato la parte breve con i mercati che a questo punto iniziano a scontare non più due, ma tre rialzi da parte della Fed nel 2022. L’esplosione sui massimi pluriennali delle “misure di attese di inflazione di mercato” (breakeven inflation) un po’ su tutte le scadenze (2, 5, 10 e 30 anni) ha fatto poi sprofondare i tassi reali su nuovi minimi storici in particolare per le scadenze più lunghe: i tassi reali a 10 anni sono arrivati a toccare -1.25%, minimo di tutti i tempi, mentre quello a 30 anni ha segnato -0.59%. Il calo dei tassi reali ha dato vigore all’oro che ha rotto l’area di 1800 $.

Se i tassi a breve sono i principali responsabili del fenomeno di appiattimento, è anche perché i tassi nominali tendono a non salire e seguirli, andando invece a scontare un possibile rallentamento prospettico, in quello che molti definiscono in questi giorni come uno “strabismo” della curva.

Infatti, l’idea sottostante è che l’inflazione alta possa portare ad una maggior reattività delle banche centrali per contrastarla (rialzi dei tassi), finendo con l’impattare negativamente sull’economia e causarne un rallentamento; rallentamento che potrebbe essere indotto anche dalla compressione del potere d’acquisto dei consumatori provocata dai rincari, con ricadute negative sulla domanda.

Alcuni segnali di indebolimento della domanda stanno già sopraggiungendo: il prezzo di molti metalli industriali e il costo dei noli marittimi (vedasi il Baltic Dry Index) stanno rientrando dai picchi recenti anche se non su livelli pre-pandemici, proprio in vista del possibile rallentamento, segnalando che le pressioni sul lato dell’offerta si stanno attenuando e che la domanda cinese si sta indebolendo.

Il rischio è però che la fase attuale possa prolungarsi in una sorta di staffetta fra le componenti più volatili dei prezzi e quelle che lo sono meno, come l’aumento del costo del lavoro. Negli Usa i salari crescono più velocemente delle attese e ciò potrebbe avere un impatto più duraturo sull’inflazione, e questo può voler dire che le aziende riescano evidentemente a trasferire ai consumatori i loro maggiori costi con spirali potenzialmente negative.

giornalista per un giorno

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