L’humanitas come forza rivoluzionaria: il Papa contro le mafie

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Professore, partiamo dall’immagine che apre la sua riflessione: il buon Pastore che non fugge davanti al lupo. Chi è oggi il “lupo” e come si manifesta il coraggio di questo Papa?

Oggi il lupo non ha più solo le sembianze della violenza militare, del sangue versato per strada come negli anni Novanta. Il lupo moderno è polimorfico: è l’inquinamento sistematico della Terra dei Fuochi, è il ricatto occupazionale nelle periferie, è la capacità di infiltrarsi nell’economia legale togliendo il futuro ai nostri giovani. Il coraggio di Papa Leone XIV non risiede nell’aver pronunciato un anatema teologico in più — per quanto necessario — ma nel modo in cui ha deciso di abitare questa minaccia. Il buon Pastore che egli incarna non parla dall’alto di una cattedra, al sicuro nelle sacre stanze vaticane.

Questo Papa conosce l’odore del suo gregge, ne condivide la polvere e le ferite. Il suo coraggio nasce da una conoscenza profonda, quasi viscerale, di ogni singola pecora. Quando un Pontefice scende fisicamente in territori martoriati, non sta facendo una visita di Stato ma sta offrendo la propria autorevolezza come scudo per i più deboli.

Nella sua analisi Lei rileva che non si è trattato di una condanna istituzionale “tra le tante”, ma dell’espressione della sua humanitas. Che cosa intende esattamente con questo termine applicato alla lotta alla mafia?

La retorica antimafia, spesso, rischia di diventare un genere letterario, un coro indistinto di parole astratte che si dissolvono il giorno dopo i convegni. Leone XIV, a mio parere, ha spezzato questo meccanismo. La sua humanitas non è un vago sentimento di pietà o una carezza consolatoria alle vittime.

È un’azione di contrasto frontale a quella che definisco la “disumanizzazione strutturale” prodotta dal potere mafioso. La mafia, per prosperare, ha bisogno di svuotare l’essere umano della sua dignità, di trasformare il cittadino in suddito e il giovane in manovalanza usa e getta. L’humanitas del Papa si oppone a tutto questo ricordandoci che la mafia, prima ancora di essere un problema penale, è una “malattia dell’anima”. Restituire centralità alla persona significa scardinare il pilastro su cui i clan fondano il proprio consenso.

Quest’approccio evoca inevitabilmente figure storiche della Chiesa. Lei ha citato don Peppe Diana e la sua storica lettera “Per amore del mio popolo”. C’è un filo rosso che lega quel sacrificio al magistero attuale?

Io credo di sì, il legame è evidente ed è un filo rosso bagnato dal sangue e dalla profezia. Quando don Peppe Diana scriveva “Per amore del mio popolo non tacerò”, stava ribaltando il concetto di omertà. Papa Leone XIV s’inserisce esattamente in questa tradizione ecclesiale che non ha paura di farsi carne e storia. “Il Papa non parla per formule astratte. Scende nelle strade, incrocia gli sguardi dei ragazzi stretti nella morsa del reclutamento criminale, ascolta il pianto silenzioso e dignitoso delle madri.”.

Questo non è populismo religioso: è la scelta consapevole di abitare le periferie esistenziali, laddove lo Stato ha troppo spesso abdicato e dove la mafia ha cercato di sostituirsi alle istituzioni e, ciò che è peggio, ha rubato la speranza. Il Papa ideale continuatore di don Peppe ci dice che il silenzio della Chiesa sarebbe complicità.