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Lo slogan “né destra né sinistra” è tipico della destra

Marcello De Vito, che del berlusconiano ha anche il physique du rôle (va bene che la fisiognomica è una pseudo-scienza ma un po’ di attenzione al modo in cui uno si atteggia e si presenta bisognerebbe darla)

Fu folgorato sulla via di Damasco nel 2012, quando Napolitano fece un discorso in difesa dei partiti e contro l’antipolitica. Per reazione, spiegò in un’intervista a Sky, ciò lo portò nel M5S, benché già allora l’area politica che meglio rappresentava “le sue idee e la sua cultura” (idee? cultura?) fosse Forza Italia. Meno di un anno dopo era il candidato del Movimento a sindaco di Roma e, sconfitto da Ignazio Marino, guidò l’opposizione pentastellata contro la giunta di centrosinistra a fianco della destra più becera, quella orfana di Alemanno; con la missione, lo dichiarò lui stesso, di “tagliare gli sprechi” dell’amministrazione pubblica, da sempre il programma reaganiano e thatcheriano del liberismo.

Un profilo che chiaramente spiega le ragioni per cui il vasto consenso raggiunto dal M5S è stato dissipato in pochi mesi di governo; c’erano dei vizi originari e non mi pare che siano stati sufficientemente riconosciuti. Cercherò di riassumerli:

1) Antipolitica. Aggregare i qualunquisti e gli opportunisti può avere senso in un momento insurrezionale o comunque movimentista – la fase del vaffa. Purché si sia consapevoli che sono una base instabile e infida, da usare e gettare via prima che siano loro a tradire passando a chi offre di più. Il M5S ha confuso ideologia (facendo finta di non averla o, peggio, rifiutandosi di definirla), strategia (di lungo termine) e tattica (strumentale ed effimera): un errore gravissimo e che sempre danneggia chi lo commetta.

2) Fretta. Elevare istantaneamente un ambizioso avvocato di destra a dirigente di un movimento riformista se non rivoluzionario, è estremamente rischioso. Capisco, a volte non c’è tempo, ma una cosa è verificare l’affidabilità di un compagno di lotta in circostanze estreme, per esempio in guerra o durante duri scontri; cosa completamente diversa dargli fiducia solo in base a una superficiale professione di fede. Di nuovo, i pentastellati hanno pagato la mancanza non solo di un’ideologia di riferimento ma di qualsiasi rigore procedurale; sempre di più è evidente che le loro origini, oggi da alcuni mitizzate nostalgicamente, erano governate dall’improvvisazione, giovanilmente trasformata in una virtù.

3) Responsabilità. Chi ha scelto De Vito? E perché? Semplicemente perché si è offerto? O perché esprimeva un indirizzo politico (un neodemocristiano liberista) gradito? In entrambi i casi chi ha dato fiducia a un simile personaggio ha sbagliato e dovrebbe fare autocritica, a evitare simili errori in futuro, e poi dimettersi o venire rimosso da qualsiasi posizione di rilievo.

4) Destra-sinistra. Lo slogan “né destra né sinistra” è tipico della destra e specificamente della destra italiana (lo utilizzò Mussolini), poco conservatrice e molto qualunquista. Ora, è ovvio che il Pd non sia affatto di sinistra e che dunque la dicotomia sia ambigua; ciò nonostante essa continua a indicare una contrapposizione ideologica fondamentale, fra chi dà la priorità all’eguaglianza economica, alla collettività e alle strutture pubbliche e chi la dà alla libertà personale, all’individualismo e ai privati. Da che parte sta i M5S? Ho sempre pensato, o voluto pensare, che fosse di sinistra; ma non lo giurerei. Il fatto che De Vito abbia potuto sentirsi un pentastellato e che sia stato accettato come tale è per me sconvolgente, e purtroppo non è affatto l’unico caso.

Inutile piangere sul latte versato e deleterio farsi paralizzare dal rimorso per le occasioni perdute per ingenuità e impreparazione; però occorre che il Movimento faccia un esame di coscienza e poi finalmente cresca, diventi partito, ossia di parte, smettendola di sentirsi Stato e di credere di operare per tutti gli italiani: opera e deve operare per i suoi militanti ed elettori. Solo in questo modo può diventare una forza trainante del necessario risorgimento del paese.

Francesco Erspamer

giornalista per un giorno

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