L’ombra di Draghi a palazzo: manovre per il governissimo

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È il rumore di fondo che accompagna questa stagione della politica italiana, dove tutti sognavano di stare in vacanza e invece gli tocca trovare un’alternativa a Conte.

Mario, il prescelto riluttante, è Mario Draghi. L’ex capo della Bce è l’uomo autorevole e carismatico che può parlare con la Merkel da leader a leader. Draghi, dicono, sa cosa fare. Non temporeggia, non tentenna, non tergiversa, non sposta il domani sempre un giorno più in là. Non tira a campare.

C’è solo un problema. Mario ogni volta sente una voce che gli sussurra nell’orecchio: ma chi te lo fa fare? Non è pigrizia, menefreghismo e neppure ignavia. È prudenza. È sapere come vanno poi a finire queste cose. Ti evocano, ti pregano, ti rassicurano, ma poi ognuno sta lì a segnare il proprio terreno: le pensioni non si toccano, il reddito di cittadinanza non sia mai, la flat tax prima di tutto, migranti sì, migranti no, migranti forse e soprattutto poi le poltrone, quelle sono il senso della vita. Mario sa che in questa storia ci perde dieci anni di vita. Qui ti tocca guardarti allo specchio e definire il limite delle tue ambizioni e del tuo cuore. Quanto vale scrivere il tuo nome tra i presidenti del Consiglio? Quanto costa? Quanto tieni al futuro dell’Italia? E ancora: quanto costa?

Il rumore di fondo serve anche a dare una risposta a questi quesiti. Di Maio s’incontra proprio con Draghi e poi ne parla faccia a faccia con Gianni Letta, Draghi si vede anche con Franceschini, Renzi manda messaggi a tutti, perché poi toccherebbe a lui accendere la miccia, il presidente Mattarella si informa con discrezione, qualcuno ne parla con Giorgetti, con Salvini che non ci sente e poi le parole rimbalzano su Zaia, che a tutti risponde la stessa cosa: veneto sono e veneto sarò. Si cerca anche di smuovere Giorgia Meloni, ma lei di governo di unità nazionale non vuole sentirne parlare. Non per scarso patriottismo, ma perché non crede nelle larghe intese: «Di Maio e io cosa ci dobbiamo dire?». Enrico Letta intanto fa capire che qualcosa di serio in ballo c’è. «L’incontro tra Di Maio e Draghi è davvero storico. I Cinque Stelle cominciano a parlare la lingua della ragionevolezza».

Solo che Conte resiste. È da tempo che sente gridare «al lupo al lupo» ma nessuno stacca la spina. Non si sente inadeguato, come gli sussurrano alle spalle i suoi amici della maggioranza. La realtà è che Conte continua a giocarsi la partita della sua vita, ma anche i partiti della sua maggioranza faticano a trovare un’idea, un progetto, che vada oltre l’orizzonte quotidiano. Non è che il premier non abbia una strategia. Ci pensa al futuro, ma lo vede sempre «contecentrico». L’ultima sua preoccupazione è sospendere le mosse politiche fino al 31 dicembre. L’occasione, seria, è l’emergenza virus. Nessuno sa cosa accadrà ad autunno. È chiaro che il contagio non è finito, però la richiesta di estendere i poteri straordinari serve anche a ostacolare colpi di mano. Tiene perlomeno lontane le controfigure di Mario Draghi. L’alternativa, scommette il premier, non può che essere l’ex supergovernatore e ci vogliono tante garanzie per convincerlo. Cosa è disposto a concedere il Pd ai nuovi alleati? Come fa Di Maio a spiegare al movimento grillino un governo con Forza Italia? Ma soprattutto c’è un nodo fondamentale da sciogliere: trovare l’accordo su come ridare una speranza agli italiani. Draghi non può permettersi chiacchiere. A ottobre farà molto caldo.

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