Roberto Saviano: “Adesso odio Gomorra ma è colpa mia”

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Gomorra esce martedì 28 aprile, per Einaudi, in una riedizione che celebra un compleanno importante

È stato tradotto in 52 lingue, ha venduto 10 milioni di copie nel mondo, il film che ne ha tratto Matteo Garrone ha vinto – tra gli altri – il Gran premio della giuria a Cannes. La serie di Sky è stata distribuita in 190 Paesi.

Un terremoto sociale, culturale, civile, per il quale da anni Saviano subisce soprattutto attacchi. Anche da parte di chi, in teoria, dovrebbe stare dalla sua parte. «Odio Gomorra, mi ha rovinato la vita», dice oggi Roberto Saviano. «Ma è colpa mia. A un certo punto avrei potuto smettere, tirarmi indietro. Non ci sono riuscito».

Nell’esergo di “Gomorra” c’è Hannah Arendt: «Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà». Perché mettersi dentro a un’impresa simile, a poco più di vent’anni?

«Quando avevo 16 anni ammazzano don Peppe Diana. La mia ragazza di allora, Serena, andava ai campi scout con lui. Gli sparano in faccia, cercano di screditarlo, dimostrano che il potere criminale era quello che lui definiva: la dittatura in seno alla democrazia».

E lei?

«Ero infastidito dal controllo dalla camorra sui corpi. Dal fatto che non si potesse guardarli negli occhi. Che tien’ a guardà? Come ti permetti? Che mi stai entrando in casa? Questa cosa la ricordo vivissima. Andavi in un ristorante la domenica – mi è successo con mio padre – arrivava Bidognetti e veniva servito per primo. Tutti arrabbiati, quelli in attesa, poi andavi a pagare e i 10 tavoli cui era passato davanti li aveva saldati lui».

Una forma di dominio mascherata da generosità?

«Gestivano tutto, avvelenavano tutto, avevano distrutto il mare, la pineta. Loro le raccomandazioni per lavorare, loro le pompe di benzina, i locali. Era tutto loro e tu non potevi nemmeno nominarli. Una volta facevo un corso di inglese a piazza Vanvitelli, a Caserta, e avevo chiesto: “Oh ma i mazzacani e i quaquaroni – che sarebbero i Belforte e i Piccolo – stanno ancora facendo casini?”. “Sciò, sciò”, mi hanno zittito. Una domanda banale era una mancanza di rispetto».

Francesco Bidognetti è l’uomo dei Casalesi che ha minacciato in tribunale lei e Rosaria Capacchione.

«Ci sono voluti 18 anni per condannare un uomo che in una sparatoria ha messo davanti al suo corpo quello di una maestra elementare, facendola uccidere».

Ece Temelkuran ha definito “psicologia degli sconfitti” la ragione per cui, quando prendi parola contro ingiustizie evidenti, anche chi dovrebbe essere dalla tua parte ti si rivolta contro.

«Nel tempo non ho perdonato, non ho quell’inclinazione cristiana, ma ho compreso. È una reazione che nasce dal senso di colpa. Arriva qualcuno che racconta una storia che ti riguarda, devi prendere parte, ma non lo fai. Ti senti in colpa e cerchi di distruggere quel racconto».

Quanto le è pesato essere accusato di aver danneggiato l’immagine di Napoli?

«Ci ho sofferto moltissimo. E poi non è vero. Oggi, se chiedi a un canadese che viene in Italia quali città vuole vedere, Napoli è tra le prime tre».

Cos’è Napoli per lei oggi?

«È casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai Quartieri spagnoli. Quando ci torno, sto male».

Non pensa siano più i napoletani che le sono grati?

«Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».

Come non l’ha sopportata la camorra, tanto da volerla morto.

«A cambiare tutto è stato il successo, centomila copie nei primi sei mesi grazie al passaparola e a chi ci ha creduto dall’inizio in Mondadori. Anche se – per proteggermi – mi avevano chiesto di non usare i nomi veri. A nessuno importa sapere che Sandokan è Schiavone».