Una nuova educazione per fondare la nuova “civiltà della Terra”

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di Mario SALOMONE
Mauro Ceruti, insieme a Francesco Bellusci, indica la strada per costruire, grazie a un nuovo umanesimo, una civiltà della Terra capace di rispondere alle sfide poste dalla complessità del mondo contemporaneo.
Saperi, democrazia, solidarietà, etica, comunità di destino in un libro che Edgar Morin ha definito uno strumento magistrale per affrontare la policrisi planetaria.

Che l’umanità stia attraversando un malpasso non ce lo dicono le cronache (pur terribili) che mostrano folle che si aggrappano, letteralmente, ai lembi dell’Europa, o case sventrate dalle bombe, o incendi boschivi devastanti e incontrollabili, o l’onda d’odio che monta dai social, dalle dichiarazioni dei potenti, dai giornali e dagli altri mass media.

A queste cronache si potrebbero contrapporre pestilenze, carestie, il fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki, il fumo dei camini di Auschwitz, gli sterminati cimiteri di guerra, le torture e i genocidi disseminati nella storia delle civiltà.

A dirlo, sono la regolare crescita della spesa per armamenti, i profitti di chi li fabbrica, i pezzi della guerra mondiale che si saldano e si intrecciano, le tendenze pluridecennali della catastrofe climatica, i limiti planetari superati e quelli dei diritti e della dignità umana ignorati, la forbice abissale delle disuguaglianze.

La nuova, grande accelerazione e la radicale trasformazione di ambienti e reti della vita, di relazioni internazionali e interpersonali, di linguaggi e di mezzi tecnologici ci dicono che stiamo transitando da un’epoca (Antropocene o Capitalocene) verso un domani incerto.

Di certo è che questa storia di civiltà non consente di pensare a un futuro migliore (non viviamo nel migliore dei mondi possibili) e che, quindi, dobbiamo pensare a una nuova forma di civiltà: una “civiltà della Terra”.

Abitare la complessità di una società-mondo

“È la sfida di abitare la complessità del mondo” che due filosofi, Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, raccolgono e definiscono in Per una civiltà della Terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità, uscito di recente presso Aboca (pp. 191, euro 18).

Il 29 maggio ci ha lasciato Edgar Morin, ma la sua eredità continuerà a vivere con Ceruti, grande teorico internazionale del pensiero complesso, il Centro di ricerca sui sistemi complessi che Mauro Ceruti dirige all’Università IULM e le molte opere, spesso scritte a quattro mani con Morin, Bocchi e Bellusci.

L’umanesimo del XXI secolo, nel sottotitolo, è “fare umanità insieme e abitare insieme la Terra, e quindi forgiare un’etica planetaria e cosmica basata su un nuovo rapporto con il sapere e con la natura”. Perché la cifra che contraddistingue la nostra epoca è, da un lato, la “comunità di destino planetaria” (dovuta al fatto che la condizione umana è stata radicalmente trasformata dalla mondializzazione e tutti i popoli della Terra sono “legati dagli stessi problemi di vita e di morte”); dall’altro, che la crisi ecologica “fa cadere l’illusione della cesura tra natura e cultura, tra storia umana e storia della vita e della Terra”. La nostra società è in realtà una “società-mondo”, cioè una società “estesa all’habitat terrestre”.

Accettare i limiti planetari e accettare i limiti della condizione umana richiede un cambiamento epistemico, ed è qui che entra in campo il sapere. Citando Morin, Ceruti e Bellusci ammoniscono che “con la civiltà si passa dal problema dell’uomo delle caverne al problema delle caverne dell’uomo”, cioè a ciò che ci minaccia non da fuori, ma dal di dentro.

L’educazione, per uscire dalle caverne della civiltà

I tre imperativi dell’etica della Terra che Per una civiltà della Terra propone sono imperativi di cultura:

– riconoscersi “sia come membri dell’umanità sia come membri della biosfera”;

– mantenere e far proliferare le diversità come “condizioni per lo sviluppo di una civiltà planetaria”;

– favorire l’avvento di un “sistema di solidarietà globale”, per la protezione del “tutto planetario”.

Veicolo di un sistema “ecoimmunologico” e solidaristico globale e dell’etica della Terra è una nuova “paideia” (Ceruti ne aveva parlato anche alla nostra conferenza nazionale di Ischia nel 2025, reperibile sulla nostra piattaforma di e-learning), fondata su cinque saperi trasversali (che, aggiungiamo noi, dovrebbero essere il cardine dell’educazione ambientale):

1. Educare al dialogo e alla (più che mai necessaria) fraternità universale, contro i nazionalismi aggressivi e bellicosi generati dalle “fraternità chiuse” e dalle contrapposizioni “noi-loro”. Questa “neofraternità” universale deve provenire da quella nuova forma di intelligenza critica, l’intelligenza della complessità.

2. Educare all’intelligenza della complessità significa porre fine all’idea di un sapere assoluto e totale: è “il tramonto del mito moderno dell’onniscienza”.  “Contestualizzare e globalizzare” diventano centrali nell’educazione contemporanea.

3. La complessità, però, osservano Ceruti e Bellusci, riguarda anche “il vissuto di ciascuno di noi”. Occorre quindi “educare alla comprensione di se stessi”, come parte di un tutto che va dal locale al terrestre. La paideia planetaria, se da un lato riguarda le interconnessioni e l’interdipendenza, dall’altro fa prendere coscienza dell’identità “plurima e stratificata” di ciascuno, aprendosi all’incontro con l’altro e con la diversità. È la scuola, soprattutto, il luogo elettivo per “educare alla cittadinanza multipla”, il laboratorio principale in cui fare esperienza di un mondo plurale, seguendo il filo del “Grande Racconto” delle scienze naturali e umano-sociali, “che include e intreccia le storie dell’Universo, della Terra, della Vita, dell’Uomo, delle Società umane”, dall’origine dell’Universo, insomma, all’avvento dell’Ecumene planetaria.

4. Educare al Grande Racconto arriva di conseguenza, come quarta delle cinque educazioni fondamentali che compongono la nuova paideia: “piante, animali, rocce, metalli, stelle, pianeti compresa la nostra Terra, spazio-tempo, tutti questi esseri, insomma, sono i prodotti di una storia ed essi stessi hanno una storia”. L’umanità è un’“emergenza della storia della vita”, un’emergenza quindi “naturale-culturale”. Se cerchiamo un elemento comune del curricolo degli studenti di tutto il mondo, il “Grande Racconto” è proprio il pilastro transculturale di una cultura planetaria e della pace.

5. Per fare evolvere l’umanità dall’uomo-parassita presunto dominatore della Natura all’uomo planetario occorre, infine, educare a una tecnoscienza con coscienza. La scienza “non può prescindere da nozioni di epistemologia, storia, sociologia, antropologia, economia, psicologia”. La tecnica non può essere concepita come “autonoma, separata, fatale, onnipotente”, ma deve adattarsi alla “coevoluzione simbiotica di uomo e natura”.

Riformare l’educazione e il pensiero

La policrisi rivela una “grave carenza di pensiero”, una “crisi cognitiva”. Occorrono quindi una riforma dell’educazione e una riforma del pensiero, reagendo all’azione cinica, dominatrice o divisiva delle potenze divenute anch’esse planetarie: “il Capitale, il Profitto, la Violenza belligerante degli Stati, i Poteri titanici di Prometeo liberato”. Occorre uscire dalla “barbarie civilizzata” e non perdere l’occasione storica di costruire la civiltà della Terra.

Beninteso, avvertono però Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, la civiltà della Terra non è la “Terra Promessa”. Non si iscrive in un orizzonte escatologico, non è “la” salvezza. Citano Edgar Morin (in Il metodo 2. La vita della vita): “non esiste uno stato ideale da raggiungere, e poi da conservare”, un avvenire radioso che porrà fine a tutti i mali. La regressione resterà sempre in agguato. La civiltà della Terra “non potrà eliminare né l’infelicità, né la crudeltà, né il male, né la morte”.

Il sapere necessario

Abitare la complessità non vuole dire, avvertono gli autori, “”stabilire un programma politico di palingenesi sociale e globale”, ma grazie a una cultura dei limiti stabilire le precondizioni per una nuova convivenza, confederare l’umanità per provare a salvare Terra-Gaia minacciata, regolare e controllare i processi che abbiamo scatenato, ripensare, rigenerare e proteggere la democrazia, ripensare e riformulare in modo adeguato lo sviluppo umano e, appunto, “ridefinire la missione educativa in vista dell’uomo planetario”.

Dobbiamo accontentarci (ma è un eufemismo, perché la sfida è gigantesca) di “allargare il campo delle forze rigenerative della vita”, fondandoci su un sapere necessario: “Sapere che tutto è connesso, che viviamo in un mondo in cui tutti i problemi sono interdipendenti, sapere che ogni dimensione interferisce con le altre, sapere che il male rimane l’ombra del bene, la crudeltà l’ombra della solidarietà, la guerra l’ombra della pace, la menzogna l’ombra della verità”.

Dunque, l’educazione alla complessità, potremmo aggiungere noi, sarà sempre necessaria anche in futuro.

Il paradigma riduzionistico e lineare, nutrito di senso di immunità e impunità e di onnipotenza e gonfio di avidità e di desiderio di possesso, rimarrà ancora l’ombra del pensiero complesso e sistemico.

MARIO SALOMONE
Sociologo dell’ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige “.eco” dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all’Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

fonte: https://rivistaeco.it/