HomeattualitàUstica: la strage senza giustizia né verità

Ustica: la strage senza giustizia né verità

Alle 20 e 59 del 27 giugno 1980 sopra il braccio di mare compreso tra le isole italiane di Ponza e Ustica un incidente aereo causa la morte di ottantuno persone

Durante il volo non é segnalato nessun problema, ma poco prima delle 21 del DC 9 si perdono le tracce radar. La mattina dopo tutti i giornali riportano notizie della tragedia e si cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del disastro. Dalla pista francese a quella americana, dal cedimento strutturale all’attentato terroristico, varie ipotesi saranno formulate nel corso degli anni riguardo alla natura, alla dinamica e alle cause dell’incidente, ipotesi mai completamente accertate. Quello che rimane certo è, purtroppo, il numero delle vittime. 81: 64 adulti, 11 bambini tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi, oltre ai 4 uomini dell’equipaggio.

81 nomi, 81 storie, 81 vite che terminavano, tragicamente e ancora senza un perché, 41 anni fa.

Nel 1988 nasce l’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica per iniziativa di Daria Bonfietti – sorella di una delle vittime – che ricorda: “Appariva sempre più chiaro che coloro che lottavano contro la verità esistevano, erano esistiti sin dagli istanti successivi il disastro e operavano a vari livelli nelle nostre istituzioni democratiche per tenere lontana, consapevolmente, la verità”.

“La strage avvenuta nel cielo di Ustica la sera del 27 giugno 1980 – diceva lo scorso anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – è impressa nella memoria della Repubblica con caratteri che non si potranno cancellare. Nella ricorrenza dei quarant’anni, sentiamo ancora più forte il legame di solidarietà con i familiari delle ottantuno vittime e ci uniamo nel ricordo di chi allora perse la vita, con una ferita profonda nella nostra comunità nazionale. La condivisione di tanto dolore è stata ed è anche motivo di testimonianza e di impegno civile. Il quadro delle responsabilità e le circostanze che provocarono l’immane tragedia tuttora non risulta ancora ricomposto in modo pieno e unitario. Tuttavia molta strada è stata percorsa dopo che reticenze e opacità erano state frapposte al bisogno di verità, incomprimibile per una democrazia e uno Stato di diritto. Non può e non deve cessare l’impegno a cercare quel che ancora non appare definito nelle vicende di quella sera drammatica. Trovare risposte risolutive, giungere a una loro ricostruzione piena e univoca richiede l’impegno delle istituzioni e l’aperta collaborazione di Paesi alleati con i quali condividiamo comuni valori. Il dovere della ricerca della verità è fondamentale per la Repubblica”.

Una verità che dobbiamo a noi stessi, che dobbiamo alle donne, agli uomini, ai bambini e alle bambine scomparse, alle loro mamme, ai loro papà, ai loro figli.

“Ci siamo trovati come quattro bambini persi nel bosco – raccontava Elisabetta Lachina, ritrovatasi improvvisamente orfana di entrambi i genitori – coi i miei fratelli non abbiamo detto una parola, non riuscivo nemmeno a guardarli negli occhi, se l’avessi fatto avrei visto il mio stesso terrore”. “Da quel giorno non ho più aperto l’album delle nostre foto di famiglia”, confesserà un uomo di Marsala, che in quel devastante 27 giugno perse fratello, nuora e nipote.

“Qualche giorno fa – raccontava nel febbraio dello scorso anno Giorgio Breveglieri a Repubblica – mi sono trovato a Bologna dalle parti di via Giorgio Vasari per incontrare alcune persone. Dopo aver parcheggiato, mi sono reso conto di essere a pochi passi dal Museo della memoria di Ustica. Non ho resistito e sono entrato. Ero poco più che ventenne nel giugno 1980 quando accadde la tragedia. Sono cresciuto attraverso anni di depistaggi e di verità intuibili, ma mai completamente acclarate. Durante questi anni ci si è quasi dimenticati del dramma che le persone a bordo possano avere vissuto e del dolore insanabile che ha colpito i familiari. Ho osservato a lungo quel puzzle di pezzi pazientemente ricomposti rimanendo scosso, ma allo stesso tempo felice che la memoria di quel disastro non sia stata cancellata. Mi ha molto colpito la vista di uno dei finestrini della cabina di pilotaggio, fuso per effetto del calore generato dall’esplosione. Poco dopo sono uscito in lacrime ringraziando Bologna, l’Associazione dei famigliari delle vittime ed il fatto che non tutti abbiano la memoria del pesce rosso. Un momento importante per riflettere. Bologna non dimentica i suoi morti nemmeno il 2 agosto, quando con un sole che spacca, il piazzale della stazione è pieno di gente, in memoria di quella sporca strage fascista. Stiamo inoltre assistendo ad una grande mobilitazione per Patrick, lo studente egiziano in Erasmus a Bologna, arrestato al suo ritorno in Egitto, per presunti reati di opinione. La forse più blasonata Università di Cambridge non mosse un dito, anzi dietro quel dito si è nascosta, per chiarire la propria posizione su Giulio Regeni. Per fortuna Bologna c’è”.

Ilaria Romeo

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