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Il caporale dove non te lo aspetti

È tutto scritto con cura su una pagina di quaderno, su ogni riga ci sono le ore di lavoro svolte giorno dopo giorno

Lavoro nei campi, soprattutto manutenzione di vigneti e uliveti, ma non solo. Lavoro pesante, in certi casi fino a 10 ore consecutive, quasi senza pause, sotto un sole che dalla seconda metà di giugno diventa impietoso.

Con quel quaderno Ammar (nome di fantasia) si siede al tavolo del suo caporale e contratta le poche centinaia di euro che gli spetteranno per 20, forse 25 giornate di fatica. Inutile dire che il pagamento avviene in contati, totalmente in nero. I soldi sono in una busta di carta che passa di mano. Alla richiesta di una paga regolare il “titolare” non si scompone: “Si può fare – dice – ma serve un conto corrente. Tu mi ridai i soldi e io ti faccio il versamento”. Poi mette anche una firma sul foglio a dimostrare la sua buona fede.

La scena si svolge in una cucina di un casolare, sperduto nella campagna umbra. Qui Ammar, insieme ai suoi compagni, tutti titolari di un permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale, vive da una quarantina di giorni. Non è un luogo accogliente, il soffitto – raccontano i malcapitati soggiornanti – la notte si riempie di insetti. Mentre animali selvatici si fanno strada con facilità e gironzolano ai piedi dei letti.

Ci sono anche scorpioni – le foto scattate lo testimoniano – e capita di svegliarsi con una puntura sulla fronte. Tanta paura e un dolore intenso, ma andare all’ospedale non si può. Come non si può mai scendere dal furgone che ogni mattina alle 5.00 accompagna tutti al lavoro: “I carabinieri ti arrestano se ti vedono”, spiega il caporale e non importa se hai un permesso in regola, come fa notare qualcuno: il gesto dei polsi incrociati a simulare le manette chiude qualsiasi discussione.

Sui furgoni (almeno tre, secondo il racconto di chi ha sporto denuncia) si fanno viaggi anche di due ore, per spostarsi dove serve il lavoro, in qualche azienda vinicola magari, che sottoscrive un contratto con il “titolare” ed evidentemente non si preoccupa molto di come questo recluti e inquadri la sua “forza lavoro”. Il tempo di questi spostamenti non viene naturalmente conteggiato nei pagamenti e ognuno deve pagarsi da solo il mangiare. Anche dormire in quel luogo così fatiscente, su un materasso buttato in cucina o in garage, ha un costo: 5 euro a notte che vengono scalati dalla paga finale.

“Abbiamo intercettato sul territorio nella nostra attività sindacale 4 lavoratori che ci hanno descritto una situazione che ci sembra davvero gravissima”, spiega Michele Greco, segretario generale della Flai Cgil dell’Umbria, sindacato che ha raccolto la denuncia e, insieme alla confederazione e con il supporto dell’ufficio vertenze, l’ha portata alle autorità competenti, per poi accompagnare i lavoratori in un percorso di protezione. “Lo spaccato che emerge – prosegue Greco – sembra avere tutti i crismi di un diffuso sistema di sfruttamento di manodopera straniera, scarsamente (se non affatto) consapevole dei propri diritti e delle norme che regolano il lavoro.

Uomini costretti a vivere nascosti, in condizioni igienico sanitarie assolutamente precarie, e poi trasportati di volta in volta sui campi di lavoro, evitando i contatti con l’esterno, per paura, evidentemente, di essere scoperti”.

Solo il coraggio di ribellarsi a questa situazione e di chiedere aiuto di alcuni di loro ha consentito alla Cgil di scoprire quello che ora le autorità di polizia e giudiziarie dovranno decifrare e definire. “Certo è – conclude Greco – che le aziende locali che si sono avvalse di questo tipo di manodopera hanno una responsabilità gravissima e non potranno fingere di non sapere quello che stavano facendo. L’idea di abbattere i costi sfruttando forme di lavoro nero o addirittura di caporalato non è compatibile con un paese civile”.

Fabrizio Ricci

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