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A volte le persone mi chiedono perché sorrido sempre

Come mai anche dopo aver perso una partita, mi capita di sorridere.
È perché quando è nato mio figlio, ho capito che il calcio non è vita o morte.
Su quel terreno di gioco non salviamo vite.
Il calcio non è qualcosa che dovrebbe diffondere miseria o odio. Il calcio dovrebbe riguardare l’ispirazione e la gioia, soprattutto per i bambini.
Tutto ciò che sono riuscito a raggiungere in questo sport è grazie a chi mi circonda, a partire dalla mia famiglia.
Quando avevo 20 anni la mia vita è cambiata completamente con la nascita di mio figlio.
Ero ancora un ragazzo, ma sono dovuto crescere perché non avevo altra scelta.
Giocavo a calcio a livello amatoriale e per pagarmi gli studi lavoravo in un archivio cinematografico, dove ti trovavi a spostare anche vecchie bobine molto pesanti.
Era un lavoro tosto perché quasi tutte le mattine ti trovavi a riempire interi camion.
Dormivo 5 ore al giorno, lavoravo, andavo a lezione, nel tardo pomeriggio agli allenamenti e poi rincasavo per trascorrere un po’ di tempo con mio figlio.
E’ un periodo tosto ma mi ha insegnato il significato della vita reale e anche a capire quali sono i veri problemi della vita.
Sono convinto che il 98% del calcio abbia a che fare con il fallimento. Anche se tutti guardano ai protagonisti del calcio come degli dei.
La verità è che tutti falliamo, costantemente.
E quando ero un giovane manager ho fallito molto. Quando ho iniziato ad allenare ho fallito perché ero troppo amico dei giocatori che allenavo. Tutti mi chiamavano Kloppo”.

[Jurgen Klopp]   fonte calcio totale

giornalista per un giorno

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