Beni confiscati alle mafie: dalla criminalità alla comunità

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Oltre dieci miliardi di euro di patrimoni immobiliari, terreni, ville e complessi aziendali sottratti alle organizzazioni criminali: questo è il valore ─ stimato dalla Direzione Investigativa Antimafia ─ dei beni confiscati nel nostro Paese

Una ricchezza che, per legge, deve tornare alla collettività. E sono i Comuni il primo e più diretto interlocutore di questo processo di restituzione, con responsabilità gestionali, opportunità di rigenerazione urbana e una sfida quotidiana fatta di burocrazia, risorse scarse e aspettative molto alte.

Il quadro normativo: il Codice Antimafia e i poteri dei Comuni

Il riferimento legislativo fondamentale è il Decreto Legislativo n. 159 del 2011, meglio noto come Codice delle Leggi Antimafia e delle Misure di Prevenzione. L’articolo 48 disciplina la destinazione dei beni confiscati in via definitiva: gli immobili vengono trasferiti al patrimonio dello Stato e quindi assegnati — a titolo gratuito — agli enti territoriali, che li utilizzano per finalità istituzionali, sociali o di pubblica utilità.

Il procedimento si articola attraverso l’ANBSC — Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata —, istituita nel 2010, che gestisce i beni dalla fase del sequestro fino all’assegnazione definitiva.

I Comuni possono manifestare interesse all’acquisizione attraverso la piattaforma OpenRe.G.I.O, portale pubblico che mette in relazione gli enti locali con i beni disponibili sul territorio.

«I Comuni sono il primo presidio della legalità: è nei territori che si misura la sicurezza delle comunità e la capacità di restituire valore pubblico ai beni confiscati.» — Commissione ANCI Legalità, Gestione beni confiscati e Giustizia (aprile 2026).