Femminicidio o “Debolicidio”?

0
8

L’Italia contemporanea attraversa una fase caratterizzata da una evidente frattura tra realtà fenomenologica e rappresentazione mediatica

Da un lato, il cittadino è esposto a una narrazione dominante che descrive il Paese come attraversato da una violenza sistemica contro le donne, attribuita a un presunto patriarcato strutturale e radicato. Dall’altro, i dati ufficiali forniti dalle principali istituzioni nazionali e internazionali (ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale, Istat, organismi europei e Onu) restituiscono un quadro profondamente diverso: l’Italia è tra i Paesi con i più bassi tassi di omicidio al mondo e registra un andamento in costante diminuzione della violenza letale, inclusa quella che coinvolge vittime di sesso femminile.

Il presente dossier nasce con l’obiettivo di riportare il dibattito pubblico su basi oggettive e verificabili, sottraendolo a letture ideologiche e semplificazioni emotive. Non si tratta di negare la sofferenza delle vittime – ogni vittima, a prescindere dal sesso, merita attenzione e tutela -, ma di comprendere le cause reali per costruire risposte efficaci e inclusive.

Metodologia di analisi e fonti

L’analisi si fonda su un approccio multidisciplinare che integra criminologia statistica, sociologia del diritto e analisi dei dati. Le fonti utilizzate sono esclusivamente istituzionali: report del ministero dell’Interno [1], dati Istat [2], documentazione europea [3] e internazionale [4].

L’obiettivo è costruire una lettura aderente alla realtà empirica, evitando inferenze non supportate da evidenze quantitative.

I dati ufficiali della violenza smentiscono l’emergenza

Trend 2015-2025: un declino costante

Le statistiche ufficiali europee e i dati del ministero dell’Interno confermano un quadro che diverge significativamente dalla narrativa emergenziale prevalente:

– il tasso di omicidi in Italia è tra i più bassi al mondo (circa 0,5 ogni 100.000 abitanti);

– dal 2015 gli omicidi sono in costante diminuzione, sia in termini assoluti che relativi;

– nel 2024 le vittime sono state 331, di cui 214 uomini (65%) e 117 donne (35%).

– nel 2024 il calo generale degli omicidi è stato -12%; ancora più marcato per le vittime femminili -20%, con un -8% in ambito relazionale.

Dunque, nel 2024 le donne uccise da partner o ex sono state 62 su circa 30 milioni di popolazione femminile, ovvero lo 0,0002%. Si tratta di eventi tragici che esigono attenzione istituzionale e sociale, ma che sul piano numerico non configurano un’emergenza di massa; configurano semmai un fenomeno puntuale, da analizzare con rigore per intervenire sulle cause reali.

Va inoltre osservato che Paesi considerati avanzati sul piano delle politiche di genere presentano tassi di violenza domestica e sessuale superiori a quelli italiani, rendendo non automatica l’associazione tra cultura tradizionale e maggiore violenza.

Precisazione concettuale sul termine “femminicidio”

Il termine “femminicidio”, nella sua accezione rigorosa, indica l’uccisione di una donna in quanto donna, cioè per odio o discriminazione legata alla sua identità, indipendentemente da una relazione o da un conflitto specifico. Per capire cosa significa davvero “uccidere qualcuno in quanto qualcosa”, bastano esempi chiari: in Cina, vengono uccise bambine “in quanto femmine”; il Ku Klux Klan ha ucciso milioni di persone “in quanto nere”, durante l’Olocausto, si veniva uccisi “in quanto ebrei”; persone omosessuali sono state perseguitate e uccise “in quanto omosessuali”.

In tutti questi casi, la vittima non viene colpita per ciò che fa, ma per ciò che è, a prescindere da qualsiasi divergenza relazionale.

Oggi, nell’Occidente e nei contesti democratici, questo tipo di violenza è residuale. La quasi totalità degli omicidi oggi classificati come femminicidi non rientra in questa definizione: si tratta di omicidi maturati all’interno di relazioni familiari o affettive, legati a divergenze relazionali gestite in modo disfunzionale (analfabetismo psicologico) cioè sotto la spinta di disvalori (gelosia, invidia, bisogno di controllo, intolleranza alla frustrazione, rancore, vendetta) che inducono alla “gestione dicotomica della divergenza” e impediscono la gestione cosiddetta del “reciproco rispetto”.

Lo stesso ministero dell’Interno evidenzia che il termine non costituisce una fattispecie giuridica codificata e si presta a interpretazioni estensive. In particolare, i dati mostrano che circa i due terzi degli omicidi di donne avviene in contesti relazionali, con un numero minore ma confrontabile di vittime maschili, fra il 10% e il 50% negli anni.

La proposta teorica: il modello del “Debolicidio”

Antonella Baiocchi individua nella divergenza relazionale il nucleo originario della violenza. Secondo tale prospettiva, ogni relazione si sviluppa inevitabilmente nel confronto con differenti visioni, bisogni e aspettative; la divergenza, in sé, non genera violenza: rappresenta la “miccia”.

La causa più profonda è l’analfabetismo psicologico, inteso come incapacità di comprendere e gestire i meccanismi psico-relazionali, che costituisce la “dinamite”. L’analfabetismo psicologico si esprime in una mentalità rigida e dicotomica che tende a percepire la realtà in termini assoluti (giusto/sbagliato, vero/falso), non tollera il punto di vista altrui e aderisce a dinamiche disfunzionali quali controllo, vendetta, risentimento, invidia e bisogno di dominio.

Da questa lettura deriva il concetto di Debolicidio: il comune denominatore della violenza sarebbe l’annientamento del soggetto vulnerabile da parte di chi, in posizione di potere, non è in grado di gestire la divergenza nel reciproco rispetto. Il modello consente di leggere la violenza come fenomeno relazionale e umano, non di “genere”, che non elimini le naturali divergenze ma l’analfabetismo psicologico.

Il contributo empirico pedagogico a supporto

Patrizio Ciuffa osserva il mutamento del paradigma educativo avvenuto tra gli anni Settanta e Novanta. Il passaggio: da un modello più responsabilizzante (non di rado autorevole “collaborativo-corresponsabile”) [5, 6] – ove il genitore affianca e guida i figli alle attività della famiglia e della comunità [7], favorendo maggiore volontà, senso del limite, con attenzione al progetto di vita più che alle diversità personali (eterocentrismo) – a un modello permissivo “assistenziale” centrato sulla gratificazione dei bisogni individuali del figlio, maggiore “egocentrismo”, fragilità nella gestione del “no” e delle divergenze, minore tolleranza alla frustrazione, emergenza di problematiche passionali (dipendenza, ansia, rancore, ecc.). Questo può integrarsi con il modello del Debolicidio, poiché sia l’autorità vacua sia il permissivismo assistenziale [8] sono frutto dell’analfabetismo psicologico.

Nel complesso, gli interventi preventivi più efficaci siano di natura educativa relazionale per il reciproco rispetto, prima ancora che normativa o mediatica [9], così da tenere in piedi con maggiore qualità i progetti di tipo familiare e di natalità [10], i rapporti di lavoro [11], le imprese familiari [12].

L’analisi oggettiva

Nel 2024 gli omicidi in Italia sono stati 331: 214 uomini (65%) e 117 donne (35%): per ogni donna uccisa muoiono due uomini. Questa evidenza resta marginale nel dibattito pubblico, spesso liquidata con la frase letta sui media e social che “gli uomini si uccidono tra loro”, oscurando il principio fondamentale che ogni vittima ha lo stesso valore, indipendentemente dal sesso dell’omicida.

Anche nell’ambito ristretto delle relazioni di coppia, l’uomo è vittima. Dai dati 2024, si hanno 72 omicidi totali da partner/ex partner, di cui 62 donne e 10 uomini. Sebbene il numero sia inferiore, 10 uomini sono stati uccisi dalla donna che diceva di amarli [13].

Il divario si riduce se si tiene in conto che il 30% degli omicidi è commesso da immigrati (che rappresentano solo il 9% della popolazione), e molti omicidi compiuti da uomini hanno mandanti donne.

In conclusione, la violenza femminile tende a essere più psicologica, persecutoria e indiretta, ed è anche concausa di parte dei suicidi maschili specie nelle separazioni e divorzi, e quando esplode fisicamente è altrettanto letale.

La violenza femminile esiste

La rappresentazione della donna come vittima e dell’uomo come carnefice non regge all’analisi empirica. Il fenomeno, oltre a emergere con calcoli differenziali sui dati istituzionali, emerge anche dalle ricerche di articoli di cronaca nera: iniziative come “La Fionda, l’altro versante del vero” e il blog “Violenza donne” raccolgono casi di cronaca diretti e verificabili, evidenziando una realtà ancora privata dell’onore di una misurazione diretta e sistematica.

I dati 2024 riportano che sul totale di 104 (2022) e 84 (2023) il 72% di vittime per “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” sono maschili [14], sfigurati con acido o altri strumenti (una persona è pure morta per acidificazione: Rosario Almiento, ucciso nel 2020 dalla moglie) [15]; ma anche colpiti nel sonno: con bottiglie spaccate conficcate nell’addome, accoltellamenti, o uccisi con modalità che denotano non solo l’intento omicida, ma una irascibilità che non ha nulla da invidiare alle forme più brutali di violenza maschile.

Anche studi internazionali dimostrano la presenza significativa di violenza nelle coppie omosessuali femminili, smentendo l’idea che essa sia esclusivamente legata al dominio maschile. La violenza emerge quindi come fenomeno umano, non di un solo sesso: una lettura completa che consente interventi efficaci per tutte le vittime.

False accuse nelle denunce, procedimenti e segnalazioni

Le leggi antiviolenza sulle donne prevedono misure cautelari con effetti immediati e irreversibili: allontanamento dalla casa, limitazione del ruolo genitoriale, conseguenze economiche e reputazionali. La rapidità e la gravità di tali misure, pur giustificate dalla necessità di proteggere le vittime, rendono il sistema particolarmente esposto a un rischio di utilizzo strumentale della denuncia, soprattutto in contesti ad alta conflittualità come separazioni e procedimenti familiari. I dati evidenziano una forte discrepanza tra procedimenti avviati e condanne definitivamente pronunciate:

anno 8/2018-7/2019: circa 72.800 procedimenti, 2.868 sono condanne (circa il 4%);

anno 8/2019-7/2020: circa 71.000 procedimenti, 2.846 sono condanne (circa il 4%);

anno 8/2020-7/2021: circa 69.500 procedimenti, 3.704 sono condanne (circa il 5,3%).

Il rimanente 94%, pur non essendo tutto “falsa denuncia”, agisce operativamente come strumento di conflitto e violenza contro gli uomini.

Dagli stessi dati, anche la sottocategoria dei cosiddetti “reati spia” è in discesa, pur aumentando le segnalazioni, nel primo semestre 2024:

atti persecutori diminuiti dell’8%, mentre le segnalazioni a carico di autori noti per il medesimo reato sono aumentate del 18%;

maltrattamenti in famiglia: a fronte di un aumento dei reati del 5%, le segnalazioni sono cresciute del 23% (da 12.955 a 15.924).

violenza sessuale diminuita del 2,3%, mentre le segnalazioni a carico di autori noti per il medesimo reato sono aumentate del 5,2%.

Quindi anche una parte delle segnalazioni, pur non essendo tutte false, agiscono operativamente come strumento di conflitto e violenza contro gli uomini [16].

I suicidi maschili

In Italia si registrano circa 4.000 suicidi l’anno. Nel 2022: 3.035 uomini e 839 donne (fonte: Istat). Il rapporto è di circa quattro uomini per ogni donna, e il numero totale di suicidi maschili è quantitativamente superiore, per un fattore di circa 50, rispetto alle vittime di omicidio in ambito relazionale [17].

Una quota rilevante di questi suicidi (circa il 10%) è associata a dinamiche separative che comportano la perdita simultanea di casa, stabilità economica, ruolo genitoriale e dignità sociale. Nonostante la vastità del fenomeno, non esistono osservatori istituzionali, politiche dedicate o leggi specifiche. La sofferenza maschile resta un dato statistico senza risposta normativa.

Il falso nesso patriarcato/violenza: la violenza nelle coppie lesbiche

La presenza ampiamente documentata di violenza nelle coppie lesbiche è una ulteriore smentita che la violenza derivi da un ipotetico “dominio maschile”. Studi internazionali evidenziano dinamiche analoghe a quelle eterosessuali (controllo, gelosia, abuso), con tassi comparabili (43,8%) o superiori [18, 19]. Questo dimostra che la violenza non ha sesso, ma nasce da paradigmi educativi assistenziali che producono personalità egocentriche passionali adolescenziali, non idonee alle dinamiche relazionali e di potere per via del grave analfabetismo psicologico che non consente la gestione del conflitto stesso, come evidenziato nel modello del Debolicidio.

Il paradigma del Debolicidio

Nel dibattito contemporaneo il patriarcato viene spesso identificato come radice strutturale della violenza maschile. Storicamente, tuttavia, il termine rimandava a un modello familiare orientato alla sopravvivenza e alla cooperazione, con ruoli differenziati ma funzionali, non necessariamente fondati su una gerarchia di valore.

L’uso attuale del termine come sinonimo di violenza rappresenta quindi una forzatura ideologica. In passato gli uomini, quando mal gestivano il potere a causa dell’analfabetismo psicologico, hanno prevaricato e agito violenza (discriminato) verso chiunque divergesse dalla propria visione: le donne, certo, ma anche milioni di uomini divergenti dal loro pensiero (dai problemi di eredità, ai popoli in conquista delle terre, lo sterminio dei nativi americani, la persecuzione degli ebrei, la schiavitù, le guerre, epurazioni ideologiche ed etniche).

La prospettiva del Debolicidio consente di leggere i fenomeni di violenza in modo più preciso: il problema non è nel sesso, ma nella combinazione tra posizione di potere e incapacità di gestire la divergenza nel reciproco rispetto: chi detiene potere e non sa gestire il conflitto tende a percepire l’interlocutore divergente come un errore da correggere o una minaccia da eliminare. Questa dinamica è trasversale ai generi, alle classi sociali e alle culture. Al contrario, una persona “alfabetizzata” sul piano psicologico, pur trovandosi in posizione di potere, è in grado di gestire le divergenze senza sopraffare l’altro.

Antonella Baiocchi

Andrea Manzo