La casa come luogo di lavoro: smart working e non solo

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La casa non è mai stata solo un luogo di riposo. È anche il palcoscenico quotidiano del lavoro domestico e di cura, un’attività che produce benessere collettivo ma rimane largamente invisibile nelle statistiche economiche. Negli ultimi trent’anni questa realtà si è trasformata in profondità: le famiglie italiane dedicano meno ore alle faccende domestiche, tecnologia e mercato hanno ridisegnato molte abitudini, lo smart working ha portato anche il lavoro retribuito tra le mura di casa.

Eppure alcune asimmetrie di genere restano marcate, e i dati sugli incidenti domestici ricordano che la casa può essere anche un luogo di rischio. A fotografare tutto questo è il rapporto Istat «Trenta anni di vita quotidiana», un’analisi preziosa per chi amministra il territorio e progetta servizi per i cittadini.

Il lavoro domestico cala, ma pesa ancora soprattutto sulle donne

Nel 1993 le famiglie italiane dedicavano in media 42 ore e 46 minuti a settimana alla cura della casa e dei familiari conviventi. Nel 2023 questo dato è sceso a 26 ore e 27 minuti: una contrazione del 38%, equivalente a oltre 16 ore in meno ogni settimana. Un cambiamento strutturale, spinto da famiglie più piccole, tecnologie domestiche più efficienti e nuovi modelli di consumo.

Tuttavia, il calo non ha cancellato la disuguaglianza di genere: nel 1993 le donne svolgevano circa l’84% del lavoro familiare totale; nel 2023 questa quota è scesa al 70%, un miglioramento reale ma ancora lontano dalla parità. Gli uomini sono passati dal 14% al 26% di partecipazione, più che raddoppiando il proprio contributo. Il ricorso a collaboratori domestici e assistenti familiari a pagamento rimane marginale, attestandosi intorno al 3% del fabbisogno orario complessivo.

“Nel 2023 le donne svolgono ancora oltre due terzi del lavoro necessario alla cura della casa e della famiglia. Gli uomini hanno aumentato il loro impegno, ma la parità rimane un traguardo lontano.”

Le differenze territoriali sono significative. Al Nord e al Centro le famiglie mostrano una maggiore tendenza alla redistribuzione dei compiti: nel Centro Italia, in particolare, la quota maschile è salita al 29% e quella femminile è scesa al 66%. Nel Mezzogiorno, invece, il modello resta più tradizionale: le donne coprono ancora oltre il 75% del lavoro familiare, e i servizi a pagamento rappresentano una quota minima (2-3%), a fronte di un welfare territoriale più debole e di una trasformazione culturale più lenta.

Ripartizione del lavoro familiare per genere e territorio (% sul totale, confronto 1993-2023)
Ripartizione Quota donne 1993 Quota donne 2023 Quota uomini 2023
Nord 83% 68% 27%
Centro 86% 66% 29%
Mezzogiorno ~84% 75%+ 22%
Italia 84% 70% 26%

Tecnologia ed elettrodomestici: alleati silenziosi del cambiamento

Una parte rilevante della riduzione del carico domestico è attribuibile all’innovazione tecnologica. La lavatrice era già presente nel 96% delle case italiane alla fine degli anni Novanta; la lavastoviglie è passata dal 28,6% delle famiglie nel 1998 al 55,8% nel 2023, liberando ore di lavoro manuale. Robot aspirapolvere, friggitrici ad aria, lavatrici-asciugatrici e macchine da caffè automatiche hanno modificato in profondità la gestione quotidiana della casa.

Anche il mercato ha contribuito: l’evoluzione del paniere Istat dei prezzi al consumo documenta l’ingresso progressivo di prodotti come lasagne surgelate, insalata in busta, preparati con carne, condimenti pronti e, dal 2020, sushi da asporto e consegne a domicilio. Soluzioni che consentono di risparmiare tempo e fatica, e che riflettono una strategia diffusa soprattutto tra le donne: non tanto esternalizzare il lavoro domestico affidandolo a terzi, ma renderlo più rapido attraverso automazione e semilavorati.

Le famiglie con minori e anziani: carichi ancora elevati, divari di genere persistenti

Nelle famiglie con figli minori il carico settimanale di cura era superiore alle 50 ore nel 1993; oggi è sceso a circa 39 ore. Le donne, in questo contesto, dedicano in media 28 ore settimanali — 15 in meno rispetto agli anni Novanta — ma coprono ancora il 72% del fabbisogno familiare. Gli uomini hanno più che raddoppiato il loro impegno, arrivando a oltre 10 ore, ma la cura dell’infanzia rimane prevalentemente femminile, con i servizi privati a pagamento che coprono soltanto il 2% delle ore necessarie.

Nelle famiglie con anziani di 75 anni e più emergono dinamiche preoccupanti. Dopo una fase in cui i servizi di cura esterni (badanti, assistenza domiciliare) avevano raggiunto il 12% del fabbisogno orario tra il 2005 e il 2015, a partire dal 2020 si registra un’inversione: la loro quota è scesa all’9%, con il lavoro femminile in famiglia che torna ad aumentare. Un segnale chiaro dell’effetto congiunto della crisi economica e del ridimensionamento del welfare: quando i servizi si ritraggono, sono le donne a pagarne il costo.

Smart working: la pandemia come spartiacque

Fino al 2020 il lavoro retribuito svolto in casa riguardava circa il 2% degli occupati totali, concentrato soprattutto tra i lavoratori autonomi (fino all’8,6% nel 1993) e quasi assente tra i dipendenti. Il telelavoro dipendente non superava l’1,8% nel 2014. Con la pandemia tutto è cambiato: nel 2021 il 18,9% degli occupati ha lavorato almeno in parte da casa.

Con il ritorno alla normalità, il lavoro agile quotidiano si è stabilizzato al 3,3% nel 2023, ma la modalità mista — chi alterna casa e ufficio — ha coinvolto il 9,5% degli occupati, segnalando una trasformazione strutturale nelle abitudini lavorative. Nel 2023 le figure dirigenziali e i liberi professionisti sono le più rappresentate tra chi lavora da casa (7,9% in modo continuativo, 15,8% in modalità mista), mentre tra operai e apprendisti il fenomeno è quasi assente.

“Nel 2023 oltre il 14% degli occupati del Centro e del Nord-ovest ha svolto lavoro agile, contro poco più del 7% nel Mezzogiorno. Un divario che riflette e amplifica le diseguaglianze territoriali esistenti.”

Il genere incide sull’accesso al lavoro da casa: nel 2023 il 3,9% delle donne lavorava sempre da casa (contro il 2,8% degli uomini) e il 10,5% in modalità mista (contro l’8,9%). Per gli amministratori locali questo dato ha implicazioni dirette: la diffusione dello smart working cambia i flussi di mobilità urbana, la domanda di servizi di prossimità e le esigenze di spazi pubblici nelle aree residenziali.

Lavoro agile per categoria professionale e genere (anno 2023, %)