Professor Musacchio, per decenni abbiamo guardato alla Svezia come al “modello perfetto” di welfare e sicurezza.
Oggi, però, le cronache ci parlano di esplosioni, sparatorie e, soprattutto, di killer giovanissimi. Cosa si è rotto nell’ingranaggio scandinavo?
Si è rotto il funzionamento della politica criminale di un Paese. Quello che vediamo oggi non è assolutamente un fenomeno improvviso, ma il punto di esacerbazione di tensioni ignorate per anni. Mentre il resto d’Europa vede i tassi di omicidio stabili, la Svezia ha subito un’impennata violenta. La cosa che spiazza non è solo la frequenza, ma l’anagrafe: stiamo parlando di sicari di 13, 14 o 15 anni. Non sono più solo le “baby gang” che fanno vandalismo, oggi, sono soldati di una guerra tra clan che hanno eroso la percezione di sicurezza dei cittadini.
Secondo il suo parere perché le mafie puntano proprio sui preadolescenti? È solo una questione di reperibilità o c’è un calcolo cinico dietro?
È un calcolo puramente utilitaristico che coinvolge entrambi i fattori. In Svezia, la soglia della responsabilità penale è fissata a 15 anni. Sotto questa età, un ragazzino è virtualmente intoccabile dal sistema carcerario ordinario. Anche tra i 15 e i 17 anni, le pene sono estremamente ridotte e sono scontate in strutture di recupero, non in prigione. Il paradosso svedese è che per le organizzazioni criminali, un tredicenne è l’investimento perfetto giacché costa poco, è facilmente sostituibile e, se catturato, torna in libertà in tempi brevissimi e non è un pericolo per la segretezza degli affari criminali dell’organizzazione.
Come avviene il reclutamento? Non parliamo più del classico “passaparola” all’angolo della strada, giusto?
Il reclutamento oggi avviene via smartphone. Le mafie usano Tik Tok, Snapchat e Telegram come uffici di collocamento. Mostrano video di mazzette di denaro, orologi e auto di lusso e uno status sociale che molti di questi giovani — spesso figli d’immigrati di seconda o terza generazione che si sentono cittadini di serie B — bramano disperatamente.
Lei ha citato una vera e propria guerra. Quali sono le forze in campo?
Gran parte della violenza recente è legata alla scissione interna della rete Foxtrot, guidata da Rawa Majid, noto come “la volpe curda”. Quando i vertici di queste organizzazioni — spesso latitanti all’estero — entrano in conflitto, i quartieri di Stoccolma, Uppsala e Malmö si trasformano in teatri di guerra. Gli esecutori materiali sono ragazzini che dovrebbero essere a scuola, ma che si ritrovano a maneggiare armi ed esplosivi per colpire i parenti dei rivali. È una violenza “trasversale” che non risparmia nessuno.
Si punta spesso il dito contro l’immigrazione. È un’analisi corretta o parziale?
È parziale se ci si ferma al dato etnico, è corretta se analizziamo la segregazione. Il problema non è l’immigrato in sé, ma la creazione di “quartieri-ghetto” dove lo Stato è percepito come un’entità aliena o ostile. In queste periferie, il fallimento delle politiche d’integrazione ha creato un vuoto. Dove lo Stato arretra, la mafia offre un’identità e un’economia alternativa: quella della droga.
Quanto incide il mercato degli stupefacenti in questa escalation?
È determinante, è il motore di tutto. C’è una domanda interna di droga altissima e persistente. I profitti enormi finanziano addirittura l’acquisto di armi da guerra. È un circolo vizioso che è alimentato dalla continua richiesta di droghe, dagli enormi profitti per le gang, dal facile reclutamento di minori per il controllo del territorio e dai conflitti violenti per il monopolio del territorio e delle piazze di spaccio.
Il governo svedese ha preso misure drastiche, coinvolgendo persino l’esercito. È la strada giusta?
Non lo è. È una mossa disperata che certifica la grave emergenza. La polizia ora ha supporto logistico dai militari e si discute di abbassare l’età della responsabilità penale o di permettere perquisizioni a tappeto senza sospetti specifici. La sola repressione, come ripeto spesso, è soltanto una parte delle strategie per risolvere il problema. Se non s’investe nel welfare delle periferie e non si scardina il modello economico delle gang, avremo solo carceri più piene di adolescenti, ma non strade più sicure.
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